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Emergenza lavoro: la crisi avanza nel Salento PDF Stampa E-mail
Lunedì 25 Ottobre 2010 15:58

La cronaca agevola l’analisi, declina il verbo della crisi e innesca l’allarme. Tessile, abbigliamento, calzaturiero, e poi siderurgico, aerospaziale, petrolchimico. Dipendenti diretti o lavoratori dell’indotto. La differenza alle latitudini del Grande Salento purtroppo non c’è. Non c’è trucco (delle cifre) e non c’è inganno (delle emergenze difficili da sfumare): l’economia fra Brindisi, Lecce e Taranto annaspa, e i livelli occupazionali ristagnano. L’ultimo tassello fresco d’agenda - venerdì - è leccese: gli amministratori di Zodiaco srl e Tecnosuole srl (aziende del calzaturiero, area Casarano, indotto Filanto) hanno squadernato i libri contabili e spiegato che la saracinesca è destinata ad esser presto abbassata. Al pallottoliere dei posti di lavoro fa 350 famiglie col cuore in gola.

Il caso è la summa di fattori territoriali: la difficile sfida della competitività globale, la carenza infrastrutturale, il black out delle filiere, l’incapacità ad alzare l’asticella di innovazione e qualità, il latitare di fiscalità di vantaggio, lo spettro delle delocalizzazioni all’estero. Questioni che avvolgono tutto il tessuto produttivo dell’area jonico-salentina. Le potenzialità, tante, sono fili spesso sparsi e difficili da riannodare. Succede allora che la Puglia - elaborazione Cgia Mestre, II semestre 2010 - faccia registrare un’impennata di disoccupazione reale: 17,5 per cento, seconda regione più disagiata in Italia. L’intero Mezzogiorno è 3 decimali più dietro, l’Italia è al 10,2 per cento.

I numeri dell’emergenza non finiscono qui. E chiamano a testimoniare gli indici sulla cassa integrazione ordinaria, straordinaria e in deroga. Ammortizzatori sociali oltre i quali c’è il baratro della mobilità, in Puglia e nel Grande Salento applicati in settori trainanti. Il report stilato dalla Cgil su dati Inps spiega che da dicembre a settembre sono state macinate 57 milioni di ore di cassa integrazione, con un diretto coinvolgimento di quasi 80mila pugliesi. Fra questi, quasi 40mila rientrano nella schiera “a zero ore”. L’incremento rispetto allo scorso anno è dell’85,9 per cento: in Italia la media è solo del 50 per cento. La quota maggioritaria riguarda la cassa integrazione in deroga (25,4 milioni di ore, 35mila lavoratori): molte aziende non riescono a riprendere il lavoro oltre il tetto delle 52 settimane, cioè oltre il margine della cassa integrazione ordinaria (che copre eventi transitori non imputabili all’imprenditore). Sfogliare le cause che accendono la Cig straordinaria dà un’idea: ristrutturazione, riorganizzazione o riconversione aziendale, crisi aziendale di particolare rilevanza, procedure concorsuali di fallimento o liquidazione coatta. Oltre, c’è la Cig in deroga (17,5 milioni di ore, 24mila lavoratori): garantisce chi non è coperto dai primi due salvagenti ed è finanziata dalla Regione. Fino a dicembre però.

Fra le province, e ponderando il dato con la capacità demografica, chi sta meglio nel Grande Salento è Lecce: le ore di Cig sono 5,5 milioni (straordinaria e in deroga) e 2,3 milioni (ordinaria). Ma il tessuto leccese è fatto soprattutto di piccole imprese per le quali è meno agevole accedere agli ammortizzatori. Chi padroneggia è Taranto: 16,9 milioni (straordinaria e in deroga) e 3,8 milioni (ordinaria).

Le sofferenze sono spalmate su tutti i settori. Menzioni: vestiario, abbigliamento e arredamento nel Brindisino (639mila ore di Cig straordinaria); meccanico nel Leccese (2,1 milioni di straordinaria); metallurgico a Taranto (9,6 milioni di straordinaria). Tutto spolverato dalle singole storie: la British American Tobacco (Lecce, 430 dipendenti), vuol trasferire altrove la produzione; Adelchi (Salento, Tac) ha 770 lavoratori in cassa integrazione e il navigatore puntato sull’Europa dell’est; Italgest 250 posti in bilico; il petrolchimico a Brindisi è nodo antico, l’aerospazio non sta meglio (Gse, 80 dipendenti in Cig; Alenia - colosso Finmeccanica - sta chiudendo lo stabilimento specializzato in manutenzione); a Taranto lo stop a reparti e tubifici della cattedrale Ilva (12mila dipendenti, oltre all’indotto) ha portato mille lavoratori in Cig e lo stop alle aziende che prestano servizi. Su tutto aleggia il fantasma delle delocalizzazioni: non solo l’Est, ora anche la Svizzera mette in campo politiche aggressive, promettendo aliquote ridotte, Stato superefficiente, esenzione totale per cinque anni se si creano dieci posti di lavoro. Alla voce “rimedi” in Italia e al Sud c’è molto da riflettere.

Fonte: QuotidianodiPuglia.it